L’opinione pubblica e il ritorno della tribù

By Tony Carbone

cropped-img_1794.jpg

[…] L’intelligenza non avrà mai peso, mai,

nel giudizio di questa pubblica opinione.

Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da una dei milioni d’anime della nostra nazione,

un giudizio netto, interamente indignato:

irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato

da secoli, la cui soave saggezza

gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –

alzare la mia sola, puerile voce –

non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce

gli altri, con la più strana indifferenza.

Io muoio, ed anche questo mi nuoce. […]

Irrazionalità, cinismo, indifferenza, viltà, cecità morale. Questi i caratteri della pubblica opinione italiana che possiamo riconoscere in un frammento della poesia di Pasolini “La Guinea”.[1]

Nel pensiero di Pasolini l’intelligenza è un concetto del tutto slegato da quelli di erudizione e cultura, e men che meno rappresenta una qualità ascrivibile in via esclusiva ai colti. Intelligenza è buon senso, è saper ragionare, è capacita di risolvere i problemi a prescindere dal livello culturale o dal grado di istruzione. Ci sono persone colte senza cervello e persone prive di cultura, anche analfabeti, dotate di grande intelligenza. Non è perciò l’ignoranza la “colpa” di cui parla Pasolini.

A meno che non si sia in presenza di quello che Isaac Asimov definiva il “culto dell’ignoranza”,[2] frutto di un diffuso atteggiamento anti intellettualistico, o di una scelta dettata dal rifiuto di prendere coscienza della realtà, per quanto agiscano forze che sfuggono al controllo individuale, nell’ignoranza non sembrano presenti elementi in grado di generare distorsioni significative  della coscienza pubblica. In altre parole, l’elaborazione di false credenze non sembra essere direttamente legata al grado di ignoranza. Sotto questo aspetto è agnostica, pur rappresentando un ostacolo alla reciprocità non porta inevitabilmente alla falsa credenza, semmai può essere associata a mancanza di conoscenza e dunque all’assenza di una qualsivoglia opinione o credenza. Essa manca inoltre di quella dimensione emotiva che è invece propria delle false credenze: se io ignoro qualcosa – in senso agnostico – perché dovrei arrabbiarmi quando sento manifestare un’opinione argomentata in modo razionale? Cosa, questa, che potrebbe facilmente accadere se la mia falsa credenza si scontrasse con un opinione di segno contrario razionalmente fondata.

Ma siamo poi sicuri che il tasso di ignoranza, ammesso che si possa quantificare, sia cresciuto nel tempo? Non credo proprio. Possiamo anzi essere ragionevolmente certi che l’ignoranza della popolazione non sia peggiore rispetto a un secolo fa. A me pare allora che in Pasolini, e la sua avversione per la “cultura media” ne è la prova, l’intelligenza abbia piuttosto a che fare con la ragione, il buon senso, la saggezza. Tutte cose che sembrano mancare ad una pubblica opinione – come quella italiana – prevalentemente guidata da elementi pre-razionali o non razionali quali l’intuizione, il sentimento, l’emozione, l’istinto, ma in cui sovente prevalgono tifo, pregiudizio, mancanza di senso critico, di rigore logico e morale.

L’irrazionalità è dunque una delle chiavi di lettura più appropriate, che meglio consente di indagare le dinamiche che interessano l’opinione pubblica. Ma l’irrazionalità può essere declinata in diversi modi: stupidità, idiozia, emotività, mancanza di lucidità, mancanza di senso critico, ma anche come una componente necessaria della sfera affettiva e sentimentale. Per Gustave Le Bon l’irrazionalità è un dato costante della psicologia delle folle,[3] indipendentemente dalla dislocazione geografica e dall’etnia della popolazione di riferimento, “le folle non sono influenzabili coi ragionamenti e non afferrano altro che grossolane associazioni di idee […] le leggi della logica razionale non hanno alcun potere sulle folle”. Nonostante siano trascorsi molti anni da quando Gustave Le Bon scrisse La psicologia delle folle (1895), questo atteggiamento di pensiero sembra caratterizzare – in modo inatteso dal momento che folla e pubblica opinione dovrebbero essere considerati come due concetti distinti – l’opinione pubblica a livello globale. Certamente non solo quella italica. E nonostante la possibilità fino a pochi anni fa impensabile di avvalersi di strumenti di comunicazione e informazione come i social network. Non possiamo anzi fare a meno di osservare come i social media influenzino in maniera profonda i processi di formazione dell’opinione pubblica, in particolare quando si tratta di “dare voce all’inconscio”, veicolando input che sono all’origine di o amplificano atteggiamenti e comportamenti irrazionali.

Non dobbiamo però credere che i nuovi media abbiano la capacità di determinare le scelte umane o la coscienza collettiva. Ha certamente ragione Bauman (2017) quando afferma che “Rendono più facile di quanto sia mai stato – e tuttora è nell’universo off-line – sia moltiplicare gli input, sia limitarli rigidamente. Sono in grado di agevolare le scelte umane e di manipolarne le probabilità, ma non certo di determinare quelle scelte, e tanto meno di garantire che esse vengano perseguite con coerenza e determinazione fino alla loro definitiva attuazione in una forma in linea con il progetto iniziale”.[4]

Non possiamo, a questo punto, non farci alcune domande. In che cosa consiste e come si manifesta questo carattere irrazionale dell’opinione pubblica (non solo) italiana? Quali fattori ne sono all’origine e lo alimentano? Quali conseguenze politiche e sociali derivano dalla diffusione nell’opinione pubblica di convinzioni razionalmente infondate? Quali sono le implicazioni per la democrazia? Si può parlare di irrazionalità degli elettori?

La ragione tende ad avere un ruolo problematico, ancora oggi, nel processo di formazione dell’opinione pubblica e a farne le spese sono soprattutto gli esperti, cioè coloro che da sempre ne sono considerati i massimi depositari. Mai come oggi l’accesso alle informazioni è stato tanto agevole e mai come oggi il rifiuto di un uso “ragionevole” del sapere consolidato tanto categorico e pervasivo. Un rifiuto che secondo Tom Nichols[5] è legato ad una assurda e illogica rivendicazione di uguaglianza attinente alla sfera della competenza, nella convinzione che, indipendentemente dall’argomento trattato, tutte le opinioni siano altrettanto valide e debbano essere accettate come legittime a patto che ricevano un congruo numero di apprezzamenti (like). Nei social questa tendenza è particolarmente evidente, tanto che la distinzione tra esperti e profani sembra non aver più ragione di esistere e con essa l’idea stessa di competenza, inequivocabile espressione di un temibile elitarismo.

Stando così le cose diventa allora possibile sostenere qualsiasi tesi, anche la più arbitraria o improbabile: l’esistenza di complotti internazionali volti a favorire le migrazioni di massa[6], l’inutilità o addirittura la dannosità dei vaccini, la riduzione della disoccupazione giovanile direttamente conseguibile tramite l’abbassamento dell’età pensionabile, l’assimilazione delle ONG umanitarie ad organizzazioni criminali che favoriscono il traffico di esseri umani, per non parlare dell’assuefazione all’utilizzo di fake news come strumento di propaganda politica.

Prendiamo il caso dell’atteggiamento verso i migranti, contrassegnato fino a poco tempo fa da un sentimento che potremmo definire di umanità misto a indifferenza ma che negli ultimi anni abbiamo visto mutare radicalmente di segno in coincidenza con l’aggravarsi della crisi economica dell’ultimo decennio. L’ostilità verso i migranti si è accresciuta a dismisura grazie anche alla propaganda politica, che ha alimentato paura e risentimento, massicciamente utilizzata da soggetti che proprio su questo tema hanno costruito una inaspettata quanto immeritata fortuna politica. E questo è avvenuto nonostante le innumerevoli prese di posizione in ambito economico e culturale. Tra i tanti critici della propaganda antimigranti il regista Gianni Amelio così esprime il proprio dissenso: “Se pensiamo quindi alla disperazione di chi parte per emigrare, alla condizione di miseria che sta dietro alle storie di queste persone, non possiamo che condannare le esternazioni disumane che alcuni politici hanno fatto parlando degli ultimi tentativi di sbarchi in Italia. Sono scientemente disonesti nel dipingere i migranti come un gruppo di turisti in vacanza, nel descrivere la loro richiesta d’aiuto come un tentativo di aggressione, nell’affermare che la tragedia è la nostra e non la loro”.[7]

Al di là dei pur crescenti casi di razzismo conclamato, l’ostilità verso i migranti è largamente fondata su quelle che possiamo qualificare come “emozioni negative”. Negli ultimi 2-3 anni si è verificato un ribaltamento di atteggiamento nell’opinione pubblica che ha avuto e sta avendo significativi riflessi politici in tutta Europa, con la forte ascesa di movimenti e partiti che hanno impostato la propria azione politica su istanze xenofobe e fortemente nazionaliste. Il dato importante che qui mi preme sottolineare è che i giudizi di quella che appare oggi maggioranza sono pesantemente influenzati da emozioni negative, come paura, diffidenza, odio razziale, da percezioni errate, informazioni distorte, false credenze e pregiudizi. Un numero crescente di governi, organizzazioni di estrema destra che equiparano tutti i migranti a invasori o a terroristi, ma anche telegiornali, quotidiani, social network – pronti a concedere spazio mediatico alle ansie e alle paure pubbliche – hanno assecondato o addirittura promosso la diffusione del “panico da insicurezza” nella popolazione[8].

Insicurezza innanzitutto economica per i tanti già tartassati dalla durezza delle condizioni di vita e dalla precarietà occupazionale: per costoro il fenomeno migratorio si traduce in più concorrenza sul mercato del lavoro, più incertezza e sfiducia nel futuro. Ai nuovi sfruttatori del lavoro, mascherati da difensori della patria, non pare vero di aver trovato nuovi nemici, i rifugiati e i richiedenti asilo, soprattutto neri e dunque immediatamente riconoscibili, sui quali dirottare la rabbia accumulata dai tanti impoveriti dalla crisi economica dell’ultimo decennio. Non solo, cacciarli ancor più nell’illegalità avrà come effetto quello di mettere a disposizione di datori di lavoro senza scrupoli manodopera a prezzi stracciati. Ma essere poveri non significa essere stupidi: cosa accadrà quando si accorgeranno di essere stati presi in giro, che lo slogan “prima gli Italiani” era pura propaganda, oltre che un’affermazione senza senso?

Per quanto carente di argomenti razionalmente fondati, la propaganda antimigranti gode in questo momento, soprattutto in Italia, di grande popolarità. Una vera e propria attività di “sciacallaggio” che utilizza ogni fatto di cronaca che coinvolge stranieri, non importa se regolari oppure no, con l’intento di screditarne l’immagine o di presentarli come indegni di considerazione e rispetto. I rifugiati che chiedono asilo, sono di volta in volta accusati di ogni nefandezza: di diffondere malattie letali, di essere al servizio di organizzazioni terroristiche di matrice islamica, di voler approfittare del sistema di welfare europeo, di essere degli stupratori, e così via.

Non ho dubbi che si tratti di movimenti “fascistoidi”. E non ne avrebbe avuti neppure Umberto Eco che così scriveva nel suo celebre Il fascismo eterno (1997): “L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione.”

Negli ultimi tempi sui social proliferano le prese di posizione volte a negare, screditare, alterare, sottovalutare fatti, dati, statistiche, non importa quanto attendibili siano le fonti, che contraddicono questa narrazione. Eppure, anche se vogliamo nascondere la testa sotto la sabbia ignorando, per esempio, le terribili condizioni in cui si trovano i migranti nei centri di detenzione libici[9], non possiamo trascurare che gli sbarchi di migranti sulle coste italiane sono sensibilmente calati sia nel 2017 che nel 2018,[10] che la popolazione italiana è interessata da un costante declino demografico con conseguente diminuzione di persone in età lavorativa e dallo spopolamento di un numero rilevante di piccoli centri,[11] che numerosi settori sono caratterizzati da una elevata domanda di lavoro alla quale gli Italiani, giovani ma non solo, sono poco interessati, che chiudere le frontiere agli immigrati avrebbe dei costi insostenibili per il nostro welfare[12]. Infine, è molto improbabile che le migrazioni di massa si interrompano improvvisamente per mancanza di motivazioni o perché ci si impegna sempre più per fermarle. Sono personalmente convinto che i movimenti migratori e i problemi politici nei paesi di destinazione, ripeto irrazionalmente motivati, possano risolversi solo grazie alla crescita economica delle nazioni povere, in particolare dell’Africa.

Nonostante tutto questo, una grande parte dell’opinione pubblica italiana continua a credere, contro ogni evidenza statistica, che gli immigrati sono troppi, che “non possono venire tutti qui”. Nella sua recente indagine statistica “Immigrazione in Italia: tra realtà e percezione” (cit. in Revelli, 2019), Marco Valbruzzi rileva che il 75% degli italiani crede che gli immigrati extra-comunitari presenti in Italia siano il 25% della popolazione mentre invece sono meno del 7%. La logica conseguenza di tali false credenze, che trovano una vasta eco sui social media, é la formazione di opinioni distorte da parte di persone, peraltro mai dimostratesi insofferenti verso il cosmopolitismo e il multiculturalismo, che tendono a considerare una priorità assoluta “chiudere i porti” (come se i migranti arrivassero tutti con i barconi).[13] 

Un discorso a parte merita la percezione del rapporto tra immigrazione e criminalità che si è diffusa in larga parte della popolazione. È certamente vero che quello che conta nella formazione dell’opinione pubblica è la percezione di un fenomeno e non la realtà in sé ma credo valga comunque la pena focalizzare l’attenzione su alcune statistiche che sono (volutamente) regolarmente ignorate dai paladini dell’integrità etnica nazionale – in tutto il mondo vengono chiamati razzisti o xenofobi – e dai sostenitori dell’emergenzialità del fenomeno migratorio.

Come si può osservare dai dati del Ministero degli Interni (elaborazione ISTAT) non esiste in Italia alcuna emergenza criminalità, in particolare per quanto riguarda gli omicidi volontari commessi. Nel grafico sotto riportato, osserviamo che il numero degli omicidi commessi in Italia è calato costantemente negli ultimi 25 anni, e questo è avvenuto evidentemente in concomitanza con l’incremento dei flussi migratori in entrata.

omicidi

Per quanto riguarda i dati comparati, nel grafico sottostante (dati aggiornati al 27 agosto 2018) osserviamo che il nostro paese non è certo tra quelli con il numero di omicidi più elevato. Nel 2016 sono avvenuti complessivamente 5.200 omicidi volontari nell’UE e ai primi posti, sorprendentemente, non troviamo i paesi a più alto tasso di immigrazione, tra cui l’Italia che figura al 24° posto (su 30 paesi).

omicidi int

Si sente frequentemente affermare che il tasso di criminalità degli immigrati è notevolmente più elevato di quello registrato per i cittadini italiani. Qui la negazione delle analisi degli esperti di sicurezza e criminalità sembra sconfinare in una grave assenza di senso critico.[13] Tutti gli studi condotti, anche quelli più recenti, dimostrano che non esiste una correlazione fra l’immigrazione regolare e il tasso di criminalità, in altre parole non c’è differenza fra stranieri regolari e italiani per quanto concerne i tassi di criminalità. Le differenze riguardano la tipologia di reati, in particolare quelli commessi dagli stranieri irregolari, ma lo status completamente differente delle due popolazioni confrontate – Italiani regolari e stranieri irregolari – impone una spiegazione ulteriore dei dati ricavati dalle denunce e dalle presenze in carcere che va oltre gli scopi di questo studio.

Anche sul fronte delle violenze sessuali rileviamo che l’Italia figura agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi europei con 6,7 denunce registrate dalle forze di Polizia ogni 100.000 abitanti. Resta tuttavia il fatto che la valutazione delle statistiche relative ai reati di questo tipo è una questione complessa e non certo risolvibile con un semplice calcolo basato su proporzioni numeriche. Marzio Barbagli sottolinea a tal che “A differenza di altri reati, come quelli contro il patrimonio, le denunce per stupro non raccontano adeguatamente la realtà. Le violenze sessuali denunciate sono infatti solo una piccola parte di quelle davvero compiute. Molte violenze avvengono in famiglia per opera del partner o comunque di una persona conosciuta e questo è un fenomeno che resta in gran parte sommerso. Ancora meno sappiamo degli stupri di immigrati a danno di donne loro connazionali”.

sexualviolence

I dati sulla criminalità che ho riportato mi sembrano sufficientemente chiari e puntuali: le posizioni ostili all’immigrazione fondate su presunti incrementi della criminalità dovuti ai migranti non trovano riscontro. Un elemento che emerge dalle statistiche è piuttosto l’ovvia maggior propensione dei migranti irregolari, rispetto ai regolari, a commettere determinati reati legati proprio alla condizione di illegalità in cui si trovano. Ma se questo è vero, come si può pensare che un inasprimento delle norme sull’immigrazione, come quelle contenute nel cosiddetto “decreto sicurezza” approvato dal parlamento italiano, con una doppia fiducia, alla fine del 2018, possa portare ad un miglioramento della situazione? A prescindere dalle modalità di applicazione del decreto, l’esclusione dei richiedenti asilo (stranieri titolari di un permesso di soggiorno) dall’iscrizione anagrafica priverà, come è facile prevedere, un gran numero di persone della possibilità di fruire di alcuni servizi pubblici, come la presa in carico da parte degli assistenti sociali, l’iscrizione a un centro per l’impiego, l’accesso all’edilizia popolare, e così via. Cosa faranno queste persone? Dove andranno? Come vivranno? Togliere diritti alle persone porterà ad una riduzione dei furti, delle rapine, degli omicidi, e degli stupri? Secondo una stima ISPI, tra il 2019 e il 2020 il numero di irregolari aumenterà di 140 mila unità e almeno la metà di questi saranno da attribuire al decreto sicurezza, che forse a questo punto sarebbe più giusto definire “decreto insicurezza”.

La risposta a quest’ultima domanda non può che essere negativa, ma sono certo che un abile manipolatore potrebbe ugualmente tentare di convincere qualcuno del contrario. Nel processo di formazione dell’opinione pubblica gioca certamente un ruolo importante la manipolazione esercitata da soggetti dotati di potere mediatico, sebbene non sia corretto attribuire a tale azione il mutamento di paradigma dominante nell’opinione pubblica. Sarebbe un errore pensare che la propaganda possa convincere la gente di qualunque cosa a patto che sia sufficientemente penetrante, abile, ingannevole e capace di sfruttare la stupidità e l’ignoranza. Viviamo in un mondo in cui la manipolazione è presente quasi ovunque ma questo non significa guardare invariabilmente ad essa come una pratica disonesta e riprovevole, che vede soggetti malvagi da una parte e povere prede indifese dall’altra. I meccanismi di persuasione, condizionamento, manipolazione, sono semplicemente una realtà da prendere in considerazione nell’ambito dell’interazione umana, anche se riguardanti soggetti dotati di potere. In quest’ottica, non sembra una gratuita forzatura asserire, come fa lo psichiatra Jacques-Antoine Malarewicz, che “qualsiasi comunicazione è una forma di manipolazione, perché nessuna informazione esiste fine a se stessa”.[14]

Ma quand’è allora che la manipolazione esercitata tramite la propaganda diventa cattiva e da condannare? Per Louis Bernays questo avviene “quando i suoi autori si adoperano deliberatamente e con conoscenza di causa a diffondere menzogne e produrre effetti negativi per il bene pubblico”.[15] Ora, anche ammesso che la propaganda politica anti immigrazione possieda tali caratteristiche, resta da spiegare come sia possibile che una massa di persone con un livello di istruzione decisamente superiore a quello di un secolo prima e in grado di informarsi attraverso una pluralità di media possa cadere preda della propaganda così facilmente.

Un importante meccanismo, ampiamente indagato in psicologia sociale, attiene la modalità di diffusione di alcune opinioni e la contemporanea riduzione al silenzio di opzioni in precedenza riconosciute come dominanti. Secondo Elisabeth Noelle-Neumann (2002) l’opinione pubblica è un’opinione in settori cui viene attribuita una certa importanza che può essere esternata pubblicamente senza il timore di incorrere in sanzioni e sulla quale può basarsi l’agire pubblico”. E naturalmente anche l’agire politico. Le sanzioni qui non si riferiscono a una censura giuridica o politica, ma piuttosto ad un elemento irrazionale costituito dal timore di esprimere apertamente e riconoscere come propria un’opinione che si percepisce essere non dominante. Si tratta della nota metafora della “spirale del silenzio[16], ovvero una condizione caratterizzata dalla paura della riprovazione e dell’isolamento che conduce al silenzio coloro che si credono, non necessariamente a ragion veduta, minoranza.

Sono in molti ormai a pensare che chi tenta di attraversare il mediterraneo con mezzi di fortuna rischiando la vita non deve essere salvato ma lasciato al suo destino, che chi attraversa illegalmente i confini deve essere rimpatriato o condannato a una pena detentiva, che chi aiuta i migranti è un criminale o un traditore della patria. Tutto questo non è frutto di ragionamento ma solo della paura e dell’indifferenza morale che sembrano dominare larga parte dell’opinione pubblica.

Non c’è bisogno di essere nazisti convinti o razzisti appartenenti al KKK, per far si che nell’opinione pubblica prevalga un simile atteggiamento morale nei confronti dei migranti. È proprio questo atteggiamento che ritroviamo negli ultimi versi della poesia di Pasolini “la viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, con la più strana indifferenza”. Le emozioni negative, come la paura, la diffidenza, il risentimento, e gli argomenti che sono all’origine del cinismo morale di molti, a partire dall’identificazione dei migranti con i terroristi, sfidano chiaramente la logica ma, come i politici sanno bene, non c’è bisogno della logica per manipolare, influenzare e assoggettare le menti. La propaganda e le politiche “securitarie” non hanno bisogno di solide argomentazioni, al contrario sono tanto più efficaci quanto più deboli sono le loro credenziali logiche.

Ho avuto già modo di sottolineare come la propaganda e le manipolazioni dei demagoghi non siano di per sé sufficienti a spiegare il mutamento di paradigma dominante nelle opinioni pubbliche delle società avanzate. A cosa possiamo attribuire allora la comparsa e la diffusione di atteggiamenti e ideologie politiche fondate essenzialmente sulla paura e sul conflitto con gruppi differenti di popolazione? Perché la politica della paura ha riscosso così tanto successo nelle ultime elezioni politiche italiane del 4 marzo 2018 e nelle elezioni presidenziali USA che hanno visto l’affermazione di un personaggio come Trump? Il perché avrebbe a che fare, secondo l’ipotesi avanzata da Bruce Rozenblit[20], con un’intensificazione della risposta tribale connessa alla globalizzazione e all’accentuarsi dei fenomeni migratori (una eclatante dimostrazione di tribalismo lo possiamo rinvenire nella convinzione diffusa che il fenomeno migratorio sia in realtà una vera e propria invasione). È l’intensità della risposta tribale a indurre gli individui ad aderire ad un sistema di credenze palesemente irrazionale ma che promette loro la possibilità di costruire un’identità individuale strettamente legata a un gruppo, a un “noi” separato da “loro”.

La “somiglianza” contrapposta alla “dissomiglianza”, l’”appartenenza” contrapposta all’”alterità” – insomma, sempre noi contro loro – sono, e minacciano di restare ancora a lungo, strumenti indispensabili nel lavoro di auto-identificazione: perché possano esistere dei “noi” devono esistere anche dei “loro”, i “non-noi”; oppure, devono essere evocati, o al limite vagheggiati – e sono davvero presenti, inventati, designati o immaginati, in ogni possibile varietà o stadio dell’esecuzione di quell’opera.[21]
I demagoghi del nostro tempo si sforzano di costruire muri, chiudere porti, escludere le famiglie straniere dalle misure di welfare, nell’intento di rendere riconoscibili le differenze e ricondurle a un rapporto di superiorità/inferiorità. Una vera e propria “ossessione identitaria”, come direbbe Francesco Remotti,[22] che conduce inevitabilmente a formulare giudizi e critiche eccessive o ingiustificate nei confronti dei “non noi” e a causare danni sotto forma di discriminazioni etniche, di genere, razziali, o biologiche.

biani

Ma perché queste iniziative stanno ottenendo un così grande e inaspettato consenso? Certamente la crisi economica dell’ultimo decennio, seguendo una logica strettamente materialista, ha avuto notevoli conseguenze sociali e psicologiche[23] che non possono essere trascurate, ma non penso sia sufficiente a spiegare la diffusione di atteggiamenti disumani nell’opinione pubblica. In altre parole, non possiamo non riconoscere che il disumano è in qualche modo già in noi. Per Rozenblit il perché é il tribalismo. “[…] lo scopo della tribù è stabilire chi sostenere e chi uccidere. […] La mia tribù è superiore alla tua tribù perché noi facciamo questo e tu fai quello, e il nostro questo è sempre superiore al vostro quello, indipendentemente da cosa questo e quello rappresentino”. Nel territorio di ciascuna tribù non è tollerabile che possano coesistere superiori e inferiori e dunque si pone il problema di come eliminare dalla società i corpi estranei, cosa che potrebbe richiedere anche molti secoli ammesso che sia possibile.

È chiaro che in questa prospettiva non c’è grande spazio per le istanze razionali, giacché le radici di questi comportamenti innati sono da ricercare – in una visione tipicamente evoluzionistica – nel nostro passato animale, dominato dall’incapacità di un controllo razionale sul comportamento. In effetti, la tendenza alla violenza del gruppo di appartenenza è dentro tutti noi, ed emerge quando le pressioni ambientali la richiamano. Si tratta certamente di istinto animale (es) ma non è tutto: la scelta di aderire a un’ideologia è sempre una scelta emotiva e una componente importante della motivazione ad essa sottesa è la generazione di un’identità personale ben definita, un’identità che l’adesione all’ideologia del gruppo sembra garantire. L’ideologia è in sostanza un sistema di credenze e in quanto tale soddisfa bisogni emotivi ai quali il pensiero razionale difficilmente può dare risposte soddisfacenti.

Ho in precedenza affermato che l’irrazionalità può essere una chiave di lettura, certamente non l’unica e forse neppure la più importante, delle perturbazioni che agitano attualmente l’opinione pubblica. Ma con l’irrazionalità abbiamo a che fare, tutti noi, quotidianamente. Ridurre la risposta tribale presente nell’opinione pubblica dei paesi occidentali e non – in particolare i paesi dell’est europeo – a una mera questione di irrazionalità umana appare quanto meno inappropriato. Nella risposta tribale, soprattutto quella più recente, c’è qualcosa di più: la componente psicotica. Per rendercene conto, dovremmo porci innanzitutto alcune domande. Come possiamo mettere sullo stesso piano un atto come quello di erigere fortificazioni per difendersi dagli assalti armati di eserciti invasori e la costruzione di muri alle frontiere per fermare poveri disperati che abbandonano la propria terra per sfuggire alla fame, alla guerra, o – come è avvenuto in Centro America alla fine del 2018 – per sfuggire alla repressione politica e alle bande di narcotrafficanti?[24] Come si può confondere l’invasione da parte di un esercito straniero con l’immigrazione di persone che non si possono, se non in presenza di schemi cognitivi gravemente distorti, considerare ostili? Come si possono tenere insieme rivendicazioni di diritti sociali e pulsioni razziste, welfare ed esclusione di determinati gruppi sociali? Un punto, quest’ultimo, sul quale la sinistra e i progressisti in generale dovrebbero riflettere in modo meno superficiale.

Vista in questa prospettiva, la moderna risposta tribale sembra condividere con il populismo, citando Marco Revelli, “[…] la medesima struttura delle nevrosi, e per molti aspetti delle psicosi, lacanianamente intese come determinazioni della mentalità (e della formazione del soggetto) prodotte dalla sconnessione (o meglio, dalla interazione non lineare) tra significanti e piano del reale”.[25]  Senza addentrarci nelle diverse, celebri e notissime, interpretazioni psicoanalitiche – in particolare quelle di Freud e Jung – è il caso di soffermarsi brevemente sulla dimensione collettiva del disturbo psicotico. Sempre Revelli giustamente ricorda che “anche una comunità, un’aggregazione collettiva – un popolo o una parte consistente di esso – può precipitare nella psicosi, subendo cioè l’accidente della lesione di quel qualcosa, all’interno del registro del proprio simbolico, che struttura il sistema dei significanti” (Ibidem). Gli esempi di questa deriva del discorso pubblico politico sono molteplici e riconducibili a varie tipologie psicopatologiche: ossessioni legate a false credenze, dietrologie paranoidi, rifiuto del principio di realtà e del sapere consolidato, complessi di persecuzione collettiva, per citare i più evidenti. Alcune di queste, come la già menzionata cospirazione internazionale attribuita al miliardario di origine ungherese George Soros, operante tramite l’Open Society Institute, mostrano inquietanti similitudini con i “Protocolli dei Savi di Sion“, il celebre falso che nel secolo scorso alimentò l’antisemitismo e pose le basi dell’olocausto. Una narrazione delirante, sia per l’assurdità del presunto scopo – la sostituzione etnica dei popoli europei – sia per l’assenza (inevitabile) di prove a sostegno della medesima, che rappresentano una grave minaccia al senso critico, alla capacità individuale di distinguere tra vero e falso.[26] Altrettanto deliranti sono i discorsi sulla dannosità dei vaccini, i tentativi di criminalizzare le ONG umanitarie, per non parlare delle scie chimiche e del terrapiattismo, tutte tesi assurde alle quali il web ha dato visibilità e che hanno destato un certo interesse perfino in taluni ambienti politici.

D’altra parte, per tornare al tema dei migranti, neppure la scelta dell’accoglienza, contrapposta al rifiuto di accogliere, è dettata da un calcolo razionale. Così come le ideologie, tutte le regole di condotta, le opzioni di valore, il senso morale, e così via, create dalla società sono definite dalle credenze o dalla fede. Non ha molta importanza che le credenze siano controllabili, verificabili, o dimostrabili, perché gli esseri umani non sono primariamente né logici, né razionali. Chi è favorevole all’accoglienza è mosso principalmente da ragioni umanitarie, emotivamente significative, che poco o nulla hanno a che vedere con scelte utilitaristiche. Certamente queste ragioni possono essere accompagnate, supportate, da ragionamenti di ordine non morale ma il caposaldo della scelta di campo è stato fino a ora essenzialmente umanitario. E si può anche comprenderne il motivo. Ogni volta che qualcuno, pur riconosciuto unanimente un esperto, si permette di sostenere le ragioni dell’immigrazione andando oltre il puro e semplice umanitarismo, immediatamente gli interlocutori (fautori della tribù) spostano il discorso sul terreno dell’irrazionalità, evocando inesistenti invasioni e orde di criminali e terroristi che premono alle frontiere o che agiscono all’interno come quinta colonna.[27]

La fede nella capacità razionale dell’umanità di ottenere il controllo del mondo è da lungo tempo revocata in dubbio. Siamo (più o meno) consapevoli che realizzare un maggior controllo esclusivamente con gli strumenti della razionalità, per quanto desiderabile, esige costi elevati e può essere addirittura controproducente. Se esaminiamo i sondaggi che cercano di valutare l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti dell’immigrazione, possiamo senz’altro trarre la conclusione che la maggioranza degli elettori vorrebbe ridurre l’immigrazione e quasi nessuno desidererebbe aumentarla. Incidentalmente, ci sono molte ragioni per credere che l’elettore medio, espressione di quella cultura media tanto detestata da Pasolini, si sbagli. Se la politica fosse basata sui fatti, staremmo discutendo su se e quanto dovrebbe aumentare l’immigrazione – con flussi controllati – anziché cercare di limitare i diritti degli immigrati che da anni vivono nel nostro paese (ne è un esempio il già citato “decreto sicurezza” recentemente approvato dal parlamento italiano).

Questo non significa che non esistano argomenti razionalmente fondati a supporto di tesi alternative, che non scorgono spazio per i migranti nei paesi europei. Particolarmente interessante, è quella proposta da Slavoj Zizek nel suo recente “Come un ladro in pieno giorno“.[28] Diversamente da quanto affermato da vari esponenti della sinistra europea, che individuano nei rifugiati un proletariato nomade in grado di diventare il motore di un nuovo movimento rivoluzionario, Zizek non vede alcuna possibilità di una loro positiva integrazione nella realtà economica e occupazionale europea, principalmente a causa dell’attuale tendenza del capitalismo globale a produrre esclusione. L’odierna esplosione della produttività economica, specialmente quella legata al progresso tecnologico, sta difatti originando, a livello globale, una condizione in cui l’80% delle persone rischia di essere irrilevante o di nessuna utilità. Effetto collaterale non trascurabile di tale drammatica evoluzione è la feroce competizione tra le classi locali svantaggiate, sempre più vittime delle dinamiche del capitalismo globale, e i nuovi “esclusi”, i migranti, per i quali diventa sempre più difficile trovare posto nella gerarchia sociale dei paesi che li hanno accolti.[29]

Purtroppo o fortunatamente la razionalità non è, e probabilmente non sarà mai, la soluzione unica per problemi complessi come questi. I valori, le passioni, e la consapevolezza morale costituiscono componenti indispensabili della Politica. Ma se le élite politiche e culturali – soprattutto quelle che si autoproclamano non élite ma diretta emanazione del popolo – persisteranno nel loro atteggiamento strumentale di condiscendenza verso l’irrazionalità tribale dell’opinione pubblica, e se in quest’ultima prevarrà quella “strana indifferenza” poeticamente evocata da Pasolini, delle aspirazioni a un mondo senza guerre, più libero, più egualitario, più democratico e più vivibile, resterà ben poco. [30]

[1] Pier Paolo Pasolini. Poesia in forma di rosa. I. La realtà. La Guinea. Garzanti Editore. 2014

[2] Isaac Asimov. A Cult of Ignorance. Newsweek. January 21, 1980, p. 19

[3] Gustave Le Bon. Psicologia delle folle. Edizioni Clandestine. 2014

[4] Zygmunt Bauman. Retrotopia. Edizioni Laterza. Bari. 2017

[5] Tom Nichols. La conoscenza e i suoi nemici: L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia. LUISS University Press. 2018

[6] La maggioranza assoluta degli ungheresi si è detta d’accordo con Orban secondo il quale dietro le migrazioni di massa agiscono forze esterne riconducibili all’imprenditore americano di origine ungherese George Soros.

[7] http://www.officinapasolini.it/siamo-un-paese-di-migranti-gianni-amelio-racconta-lamerica-ma-parla-dellitalia/.

[8] È l’essenza della “politica della paura” che ha certamente consentito negli ultimi anni a forze politiche radicali, in diversi paesi, di vincere le elezioni.

[9] Mi riferisco alle ripetute denunce dell’UNHCR in merito, ad esempio in questa nota ufficiale: https://news.un.org/en/story/2017/11/636022-libyas-detention-migrants-outrage-humanity-says-un-human-rights-chief-zeid#.WhWx7LSdWUk. Molto interessante, a tal proposito, anche un articolo su Internazionale risalente al 29 novembre 2017 a firma di Annalisa Camilli, in cui si fa riferimento agli accordi tra Italia e Libia sui migranti che si sono succeduti nel tempo a partire dal 2008.

[10] http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_19-10-2018.pdf

[11] https://www.istat.it/it/archivio/208951

[12] Nel XVII rapporto annuale pubblicato nel mese di luglio 2018 si legge “[…] per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora su livelli sostenibili è cruciale il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro Paese”.

[13]La tendenza umana a giudicare il mondo da una prospettiva ristretta e egoista è potente. Gli esseri umani sono maestri nella capacità di autoinganno e di razionalizzazione. Persistiamo nelle nostre false credenze anche di fronte all’evidenza.”  Richard Paul, Linda Elder. Understanding the Foundations of Ethical  Reasoning. The Foundation for Critical Thinking. 2009

[14] J.A. Malarewicz, Guide du voyageur perdu dans le dédale des relations humaines. ESF, Parigi 1992

[15] Eduard Louis Bernays.  Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia. Fausto Lupetti Editore. Prima edizione elettronica aprile 2013

[16] Elisabeth Noelle-Neumann, La spirale del silenzio – Per una teoria dell’opinione pubblica. Meltemi Editore, 2002

[17] Zygmunt Bauman. Strangers at Our Door. Polity Press Ltd, Cambridge. 2016

[18] Per Bauman sono sostanzialmente due le categorie di problemi che i governi non possono o non vogliono affrontare. Della prima fanno parte la disponibilità di posti di qualità, l’affidabilità e la stabilità delle posizioni sociali, l’efficacia delle misure di protezione contro l’umiliazione sociale e la negazione della dignità. La seconda categoria di problemi ha a che fare con la lotta al terrorismo di matrice islamica avente come bersaglio l’incolumità fisica e i beni della gente comune. Una lotta dagli esiti decisamente incerti, considerate le modalità di attuazione degli attentati terroristici.

[19] “[…] big lies produce big fears that produce big yearnings for big strongmen”:  grandi bugie generano grandi paure che generano grandi desideri di grandi uomini forti, così scriveva Roger Cohen sulle pagine del New York Times del 31/12/2015. https://www.nytimes.com/2015/12/31/opinion/americas-bountiful-churn.html

[20] Bruce Rozenblit. Us Against Them: How Tribalism Affects The Way We Think. Transcendent Publications. Kansas City, MO. USA

[21] Zygmunt Bauman. Retrotopia. Edizioni Laterza. Bari. 2017

[22] Francesco Remotti. L’ossessione identitaria. Gius. Laterza e Figli. Edizione digitale, 2017.

[23]Un Paese incattivito. Cupo, anziano, diffidente, senza speranza.” Così l’ultimo rapporto del Censis, il 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2018.

[24] https://www.internazionale.it/opinione//2018/11/08/carovana-migranti-america-centrale. https://www.wsj.com/articles/pay-or-die-extortion-economy-drives-latin-americas-murder-crisis-1541167619#comments_sector

[25]  Marco Revelli. La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite. Giulio Einaudi editore s.p.a. Torino. 2019.

[26] Una narrazione, questa come molte altre, fatta propria da esponenti politici di primo piano come il ministro dell’Interno.

[27] David Hume nel Trattato sulla natura umana scrisse “la ragione è, e deve solo essere, schiava delle passioni, e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di obbedire e di servire ad esse”. In altre parole, contro le credenze, le passioni, e le paure, la ragione può ben poco.

[28] Slavoj Zizek. Come un ladro in pieno giorno. Adriano Salani Editore. Milano. 2019

[29] Non sarebbe poi corretto, sostiene Zizek, considerare i rifugiati e i migranti come una nuova classe di proletari, sarebbe forse più giusto considerarli come “la parte più dinamica e ambiziosa della popolazione dei loro paesi, coloro che hanno la volontà di riuscire, e che i veri proletari sono piuttosto quelli che sono rimasti e sono stati esclusi in quanto stranieri nel loro stesso paese”.

[30] Così Antonio Scurati, autore del best seller M il figlio del secolo: “In Italia, come in Europa, purtroppo, milioni di cittadini sembrano nuovamente pronti a scambiare le loro prerogative democratiche contro una falsa promessa di protezione e sicurezza illiberale e anti-democratica” (intervista al Manifesto del 23/4/2019).

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Ogni diritto sui contenuti del sito è riservato ai sensi della normativa vigente.