Menzogne Istituzionalizzate

Simona Forti

La menzogna performativa dei regimi totalitari.

I due regimi totalitari a metà del secolo scorso tra le due guerre hanno inaugurato l’epoca della menzogna performativa.

La menzogna si distingue dall’errore, per cui è possibile travisare un fatto, non riconoscere un avvenimento senza per questo mentire, e non è neppure un autoinganno, a cui possiamo pensare come a una difettosità della vita psicologica. La menzogna presuppone sempre una relazione e un’intenzione a differenza della verità che può non essere un atto. La verità può essere anche senza relazione, la menzogna invece ha sempre un destinatario, è sempre rivolta all’altro con la precisa funzione di ingannare o celare all’altro qualcosa che sarebbe utili sapesse o con la funzione di portare l’altro o gli altri sulle proprie posizioni anche quando queste posizioni vengono proclamate e mai verificate.

Proprio per questo motivo il concetto di menzogna, assai più di quello di verità, porta con sé un carattere etico e politico che é intuibile da tutti. Ogni volta che parliamo di menzogna, ci viene immediatamente in mente che si sta portando un danno a chi rimane vittima del messaggio. Quindi, tornando alla rottura segnata dai regimi totalitari, questi avrebbero con la menzogna performativa inaugurato una svolta profonda nella storia delle menzogne politiche. I filosofi che hanno scritto a cavallo di quegli eventi come Arendt, Levinas, Popper, insistono moltissimo sulla differenza tra le bugie politiche tradizionali e la menzogna performativa totalitaria, in particolare sul fatto che questa menzogna totalitaria avrebbe messo all’opera non solo una capacità distruttiva di negare o di occultare alcuni fatti ma sarebbe giunta al limite di una ontologia millenaria e cioè, fornendo espressione linguistica ad aberranti finzioni ideologiche, la menzogna totalitaria ha davvero rischiato di ricostruire il mondo, di riplasmarlo distruggendo la trama stessa della realtà.

Questi filosofi non erano certo ingenui, sapevano perfettamente che la politica è da sempre implicata nella menzogna. Si pensi a Platone, a Gorgia o ai sofisti, pensatori che affermano che il vero trauma nel rapporto tra politica e menzogna é il passaggio da una menzogna come nascondimento di una realtà determinata e circoscritta a una menzogna assoluta, svincolata cioè totalmente da ogni realtà di fatto e questo conferirebbe il primato assoluto alla verità di regime, che appunto può dire: tanto peggio per i fatti.

L’istituzionalizzazionea della menzogna nelle post-democrazie.

Anche se la menzogna istituzionalizzata è relativa a specifiche circostanze storiche che non sono più le nostre, ne possiamo tuttavia riconoscere le tracce anche in quelle che possiamo definire come post-democrazie. Oltre al potere degli organi politici di assumere, propagandare ed imporre dall’alto asserzioni ideologiche mendaci per meglio ottenere consenso e obbedienza delle masse, nelle post democrazie vigono ancora, formalmente, le istituzioni democratiche. La libertà di espressione viene formalmente rispettata, le elezioni si tengono regolarmente, le cariche ufficiali di governo hanno delle turnazioni, etc. Le istituzioni democratiche dunque reggono formalmente ma in realtà queste istituzioni non hanno più un vero e proprio contenuto democratico. Una post-democrazia é una democrazia senza demos in cui il cittadino ha pochissime cose che può scegliere davvero, in cui è debole la partecipazione elettorale e, nonostante formalmente tutto rimanga uguale, la distanza tra i cittadini e governanti cresce a dismisura.

La menzogna istituzionalizzata imprime dei comportamenti esteriori che devono assecondare le mistificazioni del regime. In questi regimi post totalitari, così come anche nelle nostre democrazie, nei nostri regimi post democratici, la menzogna continua ad essere formulata dai centri di potere effettivi ma essa già negli anni 70-80 non è più creduta dai leaders di partito. Ed anche oggi i numeri falsificati sui migranti, la costruzione di ponti che separano gli Stati Uniti dal Messico e altre barriere di muri salvifici di tutti i tipi, non sono creduti veri da Putin, non erano credute da Berlusconi o da Trump, non sono creduti veri da Salvini. È assai difficile pensare che essi credano nelle loro affermazioni. Allo stesso modo molti elettori russi, italiani, inglesi, statunitensi, non credono fino in fondo al complotto dell’europa contro la Russia, al complotto comunista paventato ai suoi tempi dal berlusconismo, che i messicani sono tutti stupratori come dice Trump; accettano queste affermazioni perché in fondo accettarle dà loro delle garanzie di altro tipo ed è più semplice non farsi domande, non indagare anche quando non c’è nessuna minaccia a porre queste domande.

La menzogna performativa dal basso. La nuova soggettività.

Tutte le opinioni hanno ormai la stessa legittimità. Intuisco, ergo so. Intuisco che dietro c’è dell’altro, non ci si può fermare a ciò che appare. In questo modo le intuizioni si diffondono e si istituzionalizzano come risorse informative sullo stato di cose, dando per scontato che tutte le fonti sono uguali, come se democrazia volesse dire uguale credibilità, uguale autorevolezza di tutti i locutori. Per esempio la mia opinione sui vaccini deve essere tenuta nella stessa considerazione dell’opinione dei medici e dei biologi.

Assistiamo dunque ad una polverizzazione dell’autorevolezza. Ma è innegabile il discredito che investe ogni tipo di elite, non solo quelle finanziarie che giustamente sono criticate; sono screditate anche le elite intellettuali, culturali e ogni gruppo di persone identificato come un’elite. Non si capisce più che cos’è una elite, tutto indistintamente viene trascinato dentro l’accusa di corruzione, falsità e così via.

Ma da che cosa sono motivati questi nuovi soggetti. Più che dalla volontà di recare danno o imbrogliare, sembrano motivati da un’ansia di riscatto dal loro sentirsi ormai così superflui, non appartenenti a un mondo condiviso. E in questo tentativo di inserirsi in una narrazione che ricostruisca una qualsiasi catena di senso sarebbe il loro modo per placare appunto l’ansia e il senso di irrilevanza, in cui il fatto di poter contare, di potersi esprimere venga riassegnato. E non importa con quale argomentazione, non importa con quale narrazione, l’importante è mettere ordine in una successione di cause il disagio che si prova. E qui però per certi aspetti si produce un capovolgimento rispetto ai primi regimi totalitari rispetto al passato. Oggi è il regime che raccoglie, incanala e produce questi desideri dal basso, con una narrazione coerente, seducente, che fa da barriera allo squallore della complicazione della realtà: c’è desiderio di riscatto sociale? Bene, si si investe sulla squalificazione di chi è ancora più in basso nella scala sociale. C’è bisogno di senso di appartenenza? Bene, si investe sull’esclusione di qualcun altro così chi rimane dentro si sente appartenere.

Ovviamente, in gioco c’è molto di più del danno provocato dalla cattiva volontà di chi vuole ingannare o dalla irresponsabilità di chi inventa fonti o fatti non attendibili. Riprendendo Hannah Arendt, quando diceva che sulla menzogna della politica ne andava dell’esistenza stessa del mondo e della sua possibile condivisione, dobbiamo pensare che il problema è anche ontologico oltre ad essere politico e se i regimi totalitari del secolo scorso hanno camminato pericolosamente sulle vite rischiando di precipitare il mondo in un universo in cui era difficile distinguere tra ciò che accadeva davvero e ciò che invece la politica inventava.

Detto questo non è facile capire da dove proviene il falso, attraverso quali canali si trasmette, ma non possiamo non presupporre che esista un falso e se oggi si manifesta rendendo le donne e gli uomini passivi, conformisti e tuttavia abili come mai prima d’ora, nel gioco di prestigio che equipara i fatti e le opinioni, il possibile e l’attuale, il contingente e il necessario, perché sia ancora sensato parlare di menzogna, e quindi della possibilità di uscire dalla menzogna, occorrerebbe davvero scommettere non tanto che il mondo ci venga dato nella sua realtà e immediatamente, ma scommettere sul fatto che il nostro modo di porci nel mondo possa fare una differenza.

The performative lie of totalitarian regimes.

The two totalitarian regimes in the mid-twentieth century between the two wars ushered in the era of the performative lie.

Lying is distinguished from error, for which it is possible to misrepresent a fact, not to recognize an event without lying, and it is not even a self-deception, which we can think of as a defect in the psychological life. Lying always presupposes a relationship and an intention unlike the truth which may not be an act. The truth can also be without relation, the lie on the other hand always has a recipient, it is always addressed to the other with the precise function of deceiving or concealing from the other something that would be useful if he knew or with the function of bringing the other or the others. on their positions even when these positions are proclaimed and never verified.

Precisely for this reason the concept of lie, much more than that of truth, carries with it an ethical and political character that can be understood by all. Whenever we talk about a lie, it immediately occurs to us that harm is being done to those who fall victim to the message. Thus, returning to the break marked by totalitarian regimes, these would have inaugurated a profound turning point in the history of political lies with the performative lie. Philosophers who wrote at the turn of those events such as Arendt, Levinas, Popper, insist very much on the difference between traditional political lies and totalitarian performative lie, in particular on the fact that this totalitarian lie would put at work not only a destructive capacity to deny or conceal some facts but would have reached the limit of a millenary ontology and that is, by providing linguistic expression to aberrant ideological fictions, the totalitarian lie has really risked rebuilding the world, reshaping it by destroying the very fabric of reality.

These philosophers were certainly not naive, they knew perfectly well that politics has always been implicated in lies. Think of Plato, Gorgias or the Sophists, thinkers who affirm that the real trauma in the relationship between politics and lies is the passage from a lie as a concealment of a determined and circumscribed reality to an absolute lie, that is, totally free from any reality of done and this would confer absolute primacy to the truth of the regime, which can say: so much the worse for the facts.

The institutionalization of the lie in post-democracies.

Even if the institutionalized lie relates to specific historical circumstances that are no longer ours, we can nevertheless recognize their traces even in what we can define as post-democracies. In addition to the power of political bodies to assume, propagate and impose false ideological assertions from above in order to better obtain the consent and obedience of the masses, democratic institutions still formally apply in post democracies. Freedom of expression is formally respected, elections are held regularly, official government offices have shifts, etc. Democratic institutions therefore formally govern but in reality these institutions no longer have a real democratic content. A post-democracy is a democracy without demos in which the citizen has very few things that he can really choose, in which electoral participation is weak and, although formally everything remains the same, the distance between citizens and rulers grows out of all proportion.

The institutionalized lie imprints external behaviors that must go along with the mystifications of the regime. In these post-totalitarian regimes, as well as in our democracies, in our post-democratic regimes, the lie continues to be formulated by the effective centers of power but it is already no longer believed by party leaders in the 70s and 80s. And even today the falsified numbers on migrants, the construction of bridges separating the United States from Mexico and other barriers of salvific walls of all kinds are not believed to be true by Putin, they were not believed by Berlusconi or by Trump, they are not believed. real from Salvini. It is very difficult to think that they believe their claims. In the same way, many Russian, Italian, British and American voters do not fully believe in the conspiracy of Europe against Russia, in the communist conspiracy feared in his day by Berlusconi, that Mexicans are all rapists as Trump says; they accept these statements because basically accepting them gives them guarantees of another kind and it is easier not to ask questions, not to investigate even when there is no threat to ask these questions.

The performative lie from below. The new subjectivity.

All opinions now have the same legitimacy. I sense, ergo I know. I sense that there is more behind it, we cannot stop at what appears. In this way, insights spread and become institutionalized as information resources on the state of things, taking for granted that all sources are equal, as if democracy meant equal credibility, equal authority of all speakers. For example, my opinion on vaccines must be held in the same consideration as the opinion of doctors and biologists.

We are therefore witnessing a pulverization of authority. But it is undeniable the discredit that invests every type of elite, not only the financial ones that are rightly criticized; intellectual and cultural elites and any group of people identified as an elite are also discredited. It is no longer understood what an elite is, everything is indiscriminately dragged into the accusation of corruption, falsehood and so on.

But what are these new subjects motivated by? More than the desire to harm or cheat, they seem motivated by an anxiety for redemption by their feeling now so superfluous, not belonging to a shared world. And in this attempt to insert themselves into a narrative that reconstructs any chain of meaning, it would be their way to appease precisely the anxiety and sense of irrelevance, in which the fact of being able to count, of being able to express oneself is reassigned. And no matter with what argument, no matter with which narration, the important thing is to put the discomfort you feel in order in a succession of causes. And here, however, in some respects there is an overturning compared to the first totalitarian regimes compared to the past. Today it is the regime that collects, channels and produces these desires from below, with a coherent, seductive narrative, which acts as a barrier to the squalor of the complication of reality: is there a desire for social redemption? Well, we invest in the disqualification of those who are even lower on the social ladder. Is there a need for a sense of belonging? Well, we invest in the exclusion of someone else so those who remain inside feel they belong.

Obviously, there is much more at stake than the damage caused by the ill will of those who want to deceive or the irresponsibility of those who invent unreliable sources or facts. Taking up Hannah Arendt, when she said that the very existence of the world and its possible sharing was at stake on the lie of politics, we must think that the problem is also ontological as well as being political and if the totalitarian regimes of the last century walked dangerously on lives risking to plunge the world into a universe in which it was difficult to distinguish between what really happened and what politics invented.

Having said this, it is not easy to understand where the fake comes from, through which channels it is transmitted, but we cannot but assume that there is a fake and if today it manifests itself making women and men passive, conformist and yet skilled as never before. , in the sleight of hand that equates facts and opinions, the possible and the current, the contingent and the necessary, so that it is still sensible to speak of a lie, and therefore of the possibility of getting out of the lie, it would really be necessary to bet not so much that the world is given to us in its reality and immediately, but betting on the fact that our way of placing ourselves in the world can make a difference.

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